LE TAPPE

Con voi, disse ai soldati, cui mille volte ho tributato elogi e concesso ricompense, scenderò ora in campo io, che sono stato discepolo di voi tutti prima ancora di essere il vostro comandante (Livio, XXI, 43).

Nel 221 a.C., giovanissimo, Annibale ha il comando supremo delle forze armate cartaginesi in Spagna. Proseguendo nei disegni paterni estende l’occupazione sul territorio, finché con la presa della città di Sagunto, sulla costa mediterranea della Spagna (219 a.C.), alleata dei Romani, provoca la reazione di questi che dichiarano guerra (218 a.C.).

Nello stesso anno, dopo il passaggio del fiume Ebro, supera il valico dei Pirenei, riesce ad attraversare il fiume Rodano con la costruzione di un ponte di barche. Si dirige poi verso l’Italia, alla testa di 90.000 fanti, 12.000 cavalieri e 37 elefanti, attraversando le Alpi in un'impresa che destò stupore e ammirazione già nell'antichità. In Italia entra in contatto con le popolazioni celtiche e infligge ai Romani una sconfitta nella battaglia presso le rive del fiume Ticino.
Proseguendo il suo cammino, sconfigge Publio Cornelio Scipione, mandato a fermarlo, al fiume Trebbia, nei pressi di Piacenza, ma nella sua marcia contrae una malattia che lo rende quasi cieco all’occhio destro. Attraversato l’Appennino nel 217 a.C., con l’unico elefante sopravvissuto, Surus, il siriano, raggiunge le paludi dell’Arno, tra disagi e malattie. Dall’Umbria scende verso il Lazio. Nel 217 a.C. sconfigge Flaminio nella battaglia al lago Trasimeno, proseguendo la sua marcia vittoriosa verso la Puglia.

ANNIBALE E LA PUGLIA

Spade, lance, pietre fiondate, zoccoli di cavalli, il peso di migliaia i piedi in marcia sopra i caduti, colpi di calore, prostrazione, terrore e persino disperazione, furono le armi letali di Canne (Barry Strauss, L'arte del comando, 2013).

Arrivato in Puglia, il 2 agosto 216 a.C., a Canne, nella valle del fiume Ofanto, Annibale sconfigge i Romani nella battaglia che rimane famosa nella storia militare come capolavoro tattico. A Canne Annibale perse 6.000 uomini, i Romani 45.000.
La Daunia, esclusa Canosa, fu al suo fianco dopo la vittoria. Annibale rimase in Italia meridionale per più di un decennio (215-203 a.C.), durante il quale avvenne un grande cambiamento sociale in Puglia, dovuto da una parte alle vicende di guerra, dall'altra alle deportazioni di massa operate dai Romani verso le popolazioni che avevano appoggiato Annibale e al formarsi di una aristocrazia locale dalle grandi risorse economiche, riconoscibile dai ricchissimi corredi funerari.

EPILOGO

Raramente qualcuno nel lasciare la patria per andare in esilio apparve mai tanto triste quanto si racconta sia stato Annibale nel partire, abbandonando una terra nemica. Si dice che spesso si sia voltato indietro a guardare le coste dell'Italia, accusando gli dei e gli uomini… (Livio XXX, 7-8).

"Ma perché Annibale subito dopo Canne non sferrò l'attacco finale marciando su Roma?" Si sono posti questa domanda personaggi a lui contemporanei, storici antichi e moderni, intellettuali e filosofi. Annibale divenne l'eroe che non portò a compimento la sua impresa...
Negli ultimi anni in Italia Annibale fu sempre più ridotto alla difensiva e mancò il risultato definitivo. Non aveva potuto costringere Roma a trattare e non era riuscito a unificare il mondo italico alternativo a Roma.

Le fonti storiche narrano di comportamenti crudeli e feroci, di sacchi sistematici, di massacri e di deportazioni di popolazioni intere. Richiamato in Africa, prima di imbarcarsi, si ferma al santuario di Hera Lacinia a Crotone dove depone una iscrizione in punico e greco su tavola bronzea con la narrazione delle sue gesta (ora perduta).

Sconfitto a Zama, nel 202 a.C., da Publio Cornelio Scipione, detto poi l'Africano, nel 195 a.C. lascia Cartagine e si rifugia presso il re Antioco III di Siria incitandolo alla guerra contro Roma, e quindi in Bitinia (regione dell'Asia Minore). Lì, per non cadere nelle mani dei Romani, si avvelena (183 a.C.).

Raramente qualcuno nel lasciare la patria per andare in esilio apparve mai tanto triste quanto si racconta sia stato Annibale nel partire, abbandonando una terra nemica. Si dice che spesso si sia voltato indietro a guardare le coste dell'Italia, accusando gli dei e gli uomini…

(Livio XXX, 7-8)