Il nume tutelare della spedizione in Italia fu dunque, di volta in volta, il Melqart che parlava al cuore dei Punici, o l'Eracle greco nelle sue divere accezioni... (Giovanni Brizzi, Annibale come un'autobiografia, 1994).

Per gli antichi la reputazione di Annibale fu grande e la sua leadership di ispirazione divina: il suo viaggio inizia con una tappa al santuario di Cadice per avere la protezione di Melqart-Eracle e da lì prosegue seguendo la via percorsa dal dio.

Eracle-Melqart fu per lui, come già per suo padre Amilcare, l’alter ego divino, emblema delle sue gesta terrene e guida morale, in quanto simbolo della virtù e del ponos, la quotidiana fatica per elevarsi. Ma la figura aveva anche una valenza politica: era l’eroe che nel mito aveva sconfitto Gerione, mostro dai tre corpi, progenitore degli iberi, e al quale aveva sottratto gli armenti simbolo delle ricchezze di Spagna; era l’eroe che aveva superato per primo le Alpi e si era spinto fino in Lazio, dove aveva ucciso Caco, un mostro nel quale si rappresentava la potenza di Roma.

Come suo padre, anche Annibale si fece raffigurare con gli attributi del dio, la clava e la corno d’alloro, incidendo la sua immagine sul più efficace strumento di propaganda, la moneta.

Raramente qualcuno nel lasciare la patria per andare in esilio apparve mai tanto triste quanto si racconta sia stato Annibale nel partire, abbandonando una terra nemica. Si dice che spesso si sia voltato indietro a guardare le coste dell'Italia, accusando gli dei e gli uomini…

(Livio XXX, 7-8)